L'apprendistato cognitivo

Nell’approccio con l’alunno disabile, la metodologia didattica dell’apprendistato cognitivo, sviluppata da Collins, Newman e Brown (1995), può essere particolarmente utile per: 1) lavorare sullo sviluppo delle competenze; 2) permettere all’alunno di avvicinarsi all’oggetto di conoscenza “con tranquillità”, avendo il tempo di interiorizzarlo passo dopo passo, ed evitando il rischio di incapsulamento dell’apprendimento. Questa metodologia si rifà all’apprendistato tradizionale, il quale è suddiviso in quattro fasi: 1) modelling: è il maestro a svolgere il compito, mentre lo studente osserva; 2) coaching: il maestro osserva e dà suggerimenti mentre l’apprendista svolge il compito; 3) scaffolding: «il maestro fornisce un appoggio all’apprendista, un stimolo, pre-imposta il lavoro» (Calvani, 1998, p. 50); 4) fading: «il maestro elimina gradualmente il supporto, in modo da dare a chi apprende uno spazio progressivamente maggiore di responsabilità» (Calvani, 1998, pp. 50-51). 7

Rispetto a quello tradizionale, l’apprendistato cognitivo prevede delle ulteriori fasi / strategie di riflessione metacognitiva: 1) articolazione: «si incoraggiano gli studenti a verbalizzare la loro esperienza»; 2) riflessione: «si spinge a confrontare i propri problemi con quelli di un esperto»; 3) esplorazione: «si spinge a porre e risolvere problemi in forma nuova» (Calvani, 1998, p. 51). L’insegnante deve essere esperto nel comprendere come bilanciare in modo giusto da una parte il suo intervento, la sua presenza, e dall’altra il suo mettersi da parte. Infatti, si corre il rischio di “aiutare troppo” l’alunno, rendendo arduo il suo compito di diventare sempre più autonomo. Dall’altro lato, invece, si può correre il rischio opposto, ovvero quello di perdere occasioni importanti di insegnamento / apprendimento. L’insegnante, in altre parole, deve essere esperto nel riconoscere il momento giusto per attuare il fading.